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Fontana. Tutto esaurito per l'esibizione del bravissimo chitarrista affiancato da Greg Cohen al contrabbasso e Cyro Baptista alle percussioni

Il raffinato viaggio di SPARKS
Ricrea con abilità le sfaccettature della musica ebraica

TIM SPARKS è nato tra i bellissimi boschi del North Carolina, e dopo lungo girovagare si è assestato addirittura a Fargo, North Dakota, una cittadina (resa nota anche dall'omonimo, bel film dei fratelli Coen) che, come suggerisce la sua denominazione e come la definisce Greg Cohen, è "lontano da tutto".

«È un buon posto per pensare», ci racconta SPARKS, figura tarchiata da buon bevitore, «e poi nella zona ci sono varie comunità ebraiche, mi piace molto suonare nelle loro varie occasioni celebrative, i matrimoni e i bar-mitzvahs (la cerimonia che, all'età di 13 anni, sancisce l'ingresso dei ragazzi nella comunità, ndr). Io non sono ebreo, né avevo particolarmente studiato la cultura ebraica. Quando ho cominciato a suonare da professionista, più di un quarto di secolo fa, facevo semplicemente jazz. Poi ho avuto modo di conoscere e frequentare vari musicisti, soprattutto dell'Europa Orientale e del Medio Oriente, di matrice ebraica, e sono rimasto folgorato. È stata la musica il mio esclusivo trait-d'union con questa cultura».

Alla Radical Jewish Culture fa invece senz'altro riferimento il grande Greg Cohen, contrabbassista che, tanto per dire, ha messo la sua firma su Swordfishtrombones di Tom Waits.

Alto, magrissimo, Cohen ha il "fisico del ruolo" da intellettuale newyorkese, e in effetti vive nell'East Village. Completa lo strano trio Cyro Baptista, percussionista brasiliano ciarliero e simpatico. In questo periodo suona con Herbie Hancock, mentre Greg (che in Italia è quasi di casa, ha collaborato anche con De Gregori) ci dice, come se si trattasse di ordinaria routine, che al momento sta facendo qualcosa con Ornette Coleman.

Il concerto del "lussuoso" trio alla Fontana - oltre il "tutto esaurito" - è stato, come nelle attese, soprattutto un raffinato, delicato excursus nelle svariate sfaccettature della musica ebraica, affrontata con spirito più jazzistico che folk; quello con cui i tre, nel 2000, hanno inciso un lavoro molto bello, Tanz, per l'etichetta Tzadik di John Zorn.

Da quel disco sono stati tratti anche alcuni pezzi del repertorio del clarinettista-compositore ebreo Naftule Brandwein come Araber Tanz, tra i momenti più preziosi del set. Ritmiche e tecniche complesse, quelle privilegiate dal chitarrista, eseguite con impressionante precisione e pulizia, senza subordinare afflato melodico e cura delle sfumature. Una raffinatezza sottile evidente anche nel breve sipario solista di SPARKS, per esempio in un Mississippi Blues (di Willie Brown) che ha fatto ricredere anche chi, crediamo, considera la struttura blues come un canovaccio scontato.
- Beppe Montresor

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